mercoledì 14 dicembre 2011

La non-ricetta della cuccìa: Santa Lucia tra verità e mito

Versione casa Gialla
I racconti mi hanno sempre affascinata: aneddoti, morali, lieto fine mi fanno questo effetto. Questi si archiviano nella mia mente sottoforma di piccoli spettacolini e avviene lo stesso quando devo narrarli… alla fine mi ritrovo che zompetto da una parte all’altra della stanza gesticolando e cambiando il tono della voce; sarà forse merito/colpa di essere “figlia d’arte”, come disse il mio professore di teatro facendo riferimento a quando mia mamma (sua alunna quando lui era professore di francese) inventava storie strappalacrime (e lui sì che pianse…) per evitare di essere interrogata.

Ad ogni modo, tutto quello che mi viene raccontato a mo’ di storiella rimane ben impresso nella mia mente sia che si tratti di argomenti sacri che profani.

Santa Lucia ed i rituali, seppur in gran parte assolutamente pagani, legati al giorno della sua festa mi sono particolarmente cari, sarà perché lei è la protettrice degli occhi… ed io sono assolutamente una talpa di prima categoria (credetemi sulla parola, non costringetemi a raccontarvi di quando parlavo con un peluche convinta che fosse Nannao -.-”””” Doh! L’ho appena fatto >.<). Certo è che io la festeggio, ma lei mica mi sta facendo migliorare! Non sarà mica che la festeggio un po’ troppo facendo il bagno tra arancine e cuccia e mi ritrovo con l’effetto contrario?!?!?

La storia di Santa Lucia viaggia tra verità e mito, Giuseppe Capodieci nelle Memorie di S. Lucia scrive: «Occorre in quest'anno (1763) una grande carestia sino al 9 gennaio, in cui suole esporsi il Simulacro di S. Lucia, per la commemorazione del terremoto del 1693. Nel farsi al solito la predica, esce di bocca al predicatore che S. Lucia poteva provvedere al suo popolo col mandare qualche bastimento carico di grano. In effetti, il giorno dopo, arriva dall'Oriente nel porto una nave carica di frumento e sul tardi un bastimento, che era stato noleggiato dal Senato; poscia un vascello raguseo, seguito ancora da altri tre, sicché Siracusa, con tale abbondanza che appare a tutti miracolosa, può provvedere molte altre città e terre di Sicilia. Il padrone di una delle dette navi dichiarò che non aveva intenzione di entrare in questo porto, ma vi fu obbligato dai venti e seppe che era in Siracusa dopo aver gettato l'ancora; aggiungendo che, appena entrato in porto, si era guarito di una malattia agli occhi che lo tormentava da qualche tempo».

In Sicilia si racconta che le navi furono prese d'assalto dalla gente che prese con sé il grano che venne lessato e consumato senza altri ingredienti a causa della carestia.
La tradizione, quindi, vorrebbe che il grano sia mangiato nel modo più semplice possibile… 

Ma si sa, i cibi festivi e rituali hanno sempre la tendenza a diventare sempre più ricchi (non sono pochi quelli che chiamano il giorno di Santa Lucia “Arancina’s Day”), così pian piano vennero accostati al grano i legumi, gli altri cereali e… la carne, il formaggio, le patate, il cioccolato, i canditi e tanto altro ancora sino ad arrivare alle infinite portate che vengono consumate ogni anno durante questa festa. A casa mia, per esempio è raro che manchi il bollito e mi sa che il grano, forse, l’ha visto passare solo l’animale mentre era nell’allevamento!

Poi ci sono loro, i due piatti "simbolo"cuccìa ed arancine (uff… lo devo proprio scrivere??? Ok… anche dette arancinI… argh! :p). La prima, il grano lo ha proprio come elemento base; la seconda… beh, lo ha visto solo nella panatura (altra cosa che non andrebbe fatta, niente grano raffinato, né tantomeno lavorato e lievitato per Santa Lucia!!!).

Parlando di cuccìa, non sto qui a darvi la ricetta… vi dico solo questo: voi lessate il grano, poi aggiungete tutto quello che può renderla golosa al vostro palato!
La troverete in tantissime case, ma mai preparata allo stesso modo, si potranno usare gli stessi ingredienti, ma le proporzioni cambieranno sempre!!!
Da me si usa così. La sera prima vengono preparate quattro ciotole: la prima contiene il  grano cotto (ben cotto), la seconda la ricotta frullata con poco zucchero, la terza il cioccolato fondente tagliato grossolanamente col coltello e la quarta la zuccata (zucca candita) a cubetti; poi ognuno decide il suo mix perfetto! Morale, nemmeno tra i quattro componenti della famiglia esiste una versione sola, vi dirò di più io stessa vario le proporzioni in base al momento della giornata in cui la consumo.
Se non siete ancora convinti vi do una piccola dimostrazione: in questo momento a casa abbiamo, oltre la “nostra versione”, anche quella di casa di Nannao e quella di mio zio :)

Versione casa Nannao
Versione zio Franco

Altra piccola informazione, mica la cuccìa è solo siciliana e mica è legata solo a Santa Lucia! Già, si prepara anche a Tolve, a Brindisi di Montagna, a Potenza per la Commemorazione dei Defunti, a Platì, in provincia di Reggio Calabria, per la festa di S. Nicola (come avviene in alcuni paesini siciliani), a Muro Lucano, a Picerno e a Tito la consumata  il 1° di maggio come “cura preventiva” in quanto, dicono, eviti la penetrazione di moscerini attraverso il foro dell'ano o dei genitali.

Nonostante le passate diatribe sull’attribuzione della provenienza della parola “cuccìa” , pare che oggi tutti siano d’accordo nel farla derivare dal greco ta ko(u)kkía (ovvero “i grani”); sembra, inoltre, che in Grecia essa venisse già consumata in epoca già cristiana proprio come cibo rituale per la commemorazione dei defunti. Dalla Grecia si è poi diffusa in Europa orientale e verso l’Italia meridionale. La sua preparazione ricorda la vivanda greca (kóllyva) a base di grano cotto mescolato con chicchi di melograno, uva passa, farina, zucchero in polvere e altri ingredienti distribuita a fine messa per glorificare i defunti, e la kutjà russa, che era a base di grano (o miglio, orzo, riso) bollito.


Racconti su questa festa e sui piatti ad essa dedicati ce ne sono tanti altri, voi quali conoscete?

Alcune fonti:
Vladimir Ja. Propp, Feste agrarie russe, Bari, 1978, p. 47. Angelo De Gubernatis, Storia comparata degli usi funebri in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Milano, 1878, p. 50.
Maria Teresa Greco, Dizionario dei dialetti di Picerno e Tito, Napoli, 1991, pp. 168-169.
Alberto Vàrvaro, Vocabolario etimologico siciliano, Palermo, 1986, vol. I, s. vc.



Buona rivisitazione della tradizione a tutti! ^_^
***Gialla***

5 commenti:

  1. Tutto molto interessante..e benchè io abbia abbondantemente gustato arancinI e arancinE , non ho mai gustato la Cuccìa e mi dispiace!!!Bacioni, Flavia

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  2. Wow, che racconto !! Io non sono mai stata dale tue parti e non ho mai assaggiato le vostre delize e adire il vero, questo ciuccià non lo conoscevo proprio ;-)

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  4. è da una vita che non la mangio. È buonissssssssiiiiima
    complimentiiiiiiiii

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  5. finalmente ho capito cos'è la cuccìa e considera che sono siciliana.ma qui nel messinese (o forse nel mio paese,non so) non è molto diffusa!domani voglio prepararla anch'io,ho tutti gli ingredienti tranne la zuccata,ma vedo che ognuno ci mette un po' quello che preferisce!grazie per il post!!!

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